A mio padre
giovedì, marzo 27th, 2008
La festa del papà è stata festeggiata pochissimi giorni, appena il 19 marzo.
Ma io di mio padre voglio parlarne oggi, perchè oggi, 27 marzo 2008, sono esattamente undici anni che lui non c’è più.
Si dice che il dolore per la perdita di una persona cara si affievolisca con il passare del tempo… e in parte è vero. Normalmente una persona non ci pensa, poi però basta un niente: un ricordo, un oggetto, un pensiero… e tutto torna a galla, compreso il dolore.
Mio padre era un uomo particolare. Buono e rispettoso, ma è stata la persona dotata di meno spirito d’iniziativa che abbia mai conosciuto!
Non faceva niente se prima non gli veniva richiesto: se per caso un qualche ostacolo sul suo cammino gli tagliava la strada, o rischiava di farlo inciampare, lui, senza minimanente scomporsi, lo aggirava, ma se non gli dicevi espressamente “raccoglilo“, lui lo lasciava dov’era!

Era calmo e paziente, e se non fosse stato per mia madre, noi figli saremmo cresciuti facendo ciò che più ci aggradava, dato che le regole le dettava mia madre. E se per caso provavamo a rivolgerci a lui per un permesso o una particolare richiesta, la sua risposta era sempre la stessa: “chiedilo a tua madre. Se va bene a lei, va bene anche a me!”
Tutto ciò può sembrare idialliaco, ma per mia madre era fonte di continue nevrosi!
Prima di cominciare a lavorare come operaio in un ente che gestiva un acquedotto, lui faceva il falegname… ed era anche molto bravo! Ma non era un buon affarista.
Mia madre raccontava sempre che, un giorno, quando erano fidanzati, lui era andato a trovarla a casa di mio nonno dopo aver cambiato il portoncino (di legna, ovviamente!
) a casa di una signora anziana e vedova. Lo vedeva taciturno e pensieroso, e quando gliene ha chiesto il motivo lui le ha spiegato del lavoro appena concluso, del fatto che la cliente era una donna vedova che viveva di una pensioncina… e che quindi, secondo lui, i soldi che le aveva chiesto per il lavoro erano troppi, e che stava meditando di tornare indietro a restituirglieli! Mia madre dovette fermarlo quasi con la forza, perchè lui ci sarebbe andato veramente!
Ma da quell’episodio mia madre comprese che mio padre non avrebbe mai potuto intraprendere la “carriera” del libero professionista artigiano: si sarebbe trovata un marito che lavorava come un matto senza guadagnare niente!
Era la calma personificata. Niente lo scuoteva o gli faceva perdere la pazienza.
E poi aveva un’incredibile fiducia negli altri.
Quando si è ammalato, lui ha creduto ai medici che non hanno fatto altro che ripetergli, per i sedici mesi che è stato male, che sarebbe guarito… Come se si potesse guarire da un tumore, specialmente quando non lo si è curato come si sarebbe dovuto!
Si è lasciato fare di tutto; ha sopportato con stoicità qualsiasi tipo di tortura; si è lasciato infilzare, tagliuzzare, irradiare, manipolare…. e tutto perchè lui, come gli avevano detto i medici, sarebbe guarito!
Non è stato così…. forse, se si fosse intervenuti in altro modo, si sarebbe potuto salvare sì, perchè in effetti non è poi così scontato che di tumore si muoia, specialmente se viene viene diagnosticato in una parte del corpo non vitale e se lo prendi in tempo.
Lui lo aveva, inzialmente, diagnosticato nella lingua…. che è risaputo essere un organo non vitale; e gli è stato asportato in tempo.
Eppure, nonostante l’operazione per asportare un tumore, dopo non gli è stato praticato nemmeno un ciclo chemioterapico… E così il tumore si è spostato alle ghiandole linfatiche. Solo allora, e quando era già in metastasi, si sono decisi a fargli la chemioterapia!
“Non funziona solo un caso su mille” gli dicevano “Mica sarà proprio lei quell’unico caso su mille?” E lui ci ha creduto.
Ma la chemioterapia, quando orami sei pieno di metastasi, non serve a nulla! Ha passato gli ultimi mesi della sua vita inchiodato al letto, consumandosi come una candela, e spezzandosi le ossa a ogni minimo movimento (un giorno mia madre si è trovata in mano un pezzo della sua clavicola destra)… eppure non abbiamo sentito mai neppure un lamento uscire dalle sua labbra!
E’ stato terribile vederlo così, impotente, costretto ad essere imboccato e curato come un neonato, sentirlo dire cose senza senso quando era sotto l’effetto dei farmaci oppiacei che costituivano la cosiddetta “terapia del dolore“… la cura che si riserva ai malati terminali, quando ogni speranza è sfumata.
E’ terribile sapere che quella è una condanna a morte.
Quando sono andata all’ospedale dove lui era in cura per farmi fare la richiesta per un letto antidecupito, il medico che lo seguiva è stato molto diretto: “E’ inutile che fai questa richiesta. Tanto tuo padre non vivrà neanche il tempo necessario per inoltrare la pratica!”
E’ stato profetico: una settimana dopo mio padre era morto.
Lo sapevo, però una cosa è sentirselo dentro, ma scacciare il pensiero, sperando, chessò, in un miracolo… un’altra cosa è sentirselo dire in maniera così brutale.
Lui ci ha creduto comunque… fino a un paio di giorni prima di morire, quando ha cominciato a rifiutare il cibo perchè “tanto non serve a niente“.
Sono stati giorni, settimane, mesi di dolore, pena, disperazione e strazio.
Dolore, al pensiero che ormai mi sarei dovuta rassegnare a non vederlo più.
Pena, nel vederlo ridotto a dover ricorrere alle cure degli altri anche per i bisogni più elementari, lui che ha sempre avuto un forte senso della dignità.
Disperazione, sapendo che non avrei potuto comunque fare niente per invertire il processo che lo stava uccidendo.
Strazio, perchè era mio padre!
Undici anni non sono bastati ancora per dimenticare quei sentimenti.
Ma io voglio ricordarlo soprattutto quando era vivo e pieno di gioia di vivere!
Perchè mio padre non si merita niente di meno.


